Michela Duina

Tempo di buoni propositi….e se facessi qualcosa per me?

Gennaio è il mese dei “buoni propositi”, a dir la verità questo concetto non mi è mai piaciuto granché. Ovviamente nell’immaginario comune pensiamo a questo periodo come un “nuovo inizio” perché, molto probabilmente, sentiamo un bisogno profondo di rinnovamento e cambiamento. Cosa sono i propositi se non la voglia di modificare una parte della nostra vita che forse non ci è congeniale? Non parlo del cliché “mi iscrivo in palestra perché vorrei avere gli addominali scolpiti” disattendendo il mese dopo il proposito perché, in realtà, non me ne importa nulla degli addominali. Parlo di quei desideri profondi, della voglia di cominciare qualcosa che ci faccia davvero bene all’anima (sia chiaro, può essere anche iscriversi in palestra se questo fosse davvero quello che desidero), parlo dei “vorrei ma non posso/ non mi sento in grado/ non sono capace”, di quelle attività che ho sempre desiderato fare, ma non ho mai avuto il coraggio di iniziare.

Perché aspettare? Perché continuare a ripeterci che non siamo in grado invece che buttarci? Perché non provare?

Probabilmente per paura, perché potremmo scoprire dei lati di noi che non conosciamo, per paura del giudizio, perché, purtroppo, non riteniamo che le “passioni” o gli “hobby” siano importanti per il nostro benessere e la nostra felicità.

In una società in cui tutto sembra portarci verso il “fare” solo per guadagno o per un fine ben definito, sono convinta che abbiamo bisogno anche di altro. Noi non siamo etichette! Non siamo solo “il medico”, “la maestra”, “il papà”, “la commessa” ecc. Siamo molto più del nostro lavoro, del nostro ruolo di figli o genitori, dell'”etichetta” che la società e chi ci circonda vuole appiccicarci per poterci riconoscere. Non siamo una sola cosa, abbiamo passioni, desideri, attività che amiamo, situazioni famigliari diverse. Chi ha mai detto che un primario in chirurgia non possa essere anche un ballerino di samba? O che un musicista non possa essere anche un contabile? O che un operaio non possa essere anche un pittore?

Sempre più spesso, in verità, mi capita di incontrare persone che sentono il bisogno di trovare nuovi mezzi comunicativi per esprimere al meglio ciò che sono e ciò che vorrebbero essere.

Ammetto di essere privilegiata, il mio lavoro di insegnante di canto mi porta ad essere circondata da persone splendidamente diverse tra loro, che hanno però obiettivi comuni: riprendere una passione accantonata da tempo o mettersi in gioco, buttandosi in attività che non avrebbero mai pensato di affrontare. Ogni giorno entro in contatto con queste “anime belle” pronte a mettere da parte la paura di sbagliare, la paura del giudizio degli altri, il timore di non “sentirsi in grado”, per provare ad esprimere le proprie emozioni e il proprio vissuto attraverso la voce.

Vi garantisco, non è facile! Le canzoni che scegliamo o i suoni che emettiamo parlano direttamente di noi, di chi siamo davvero, del nostro passato e del nostro presente. Attraverso la voce e la musica ho la fortuna di condividere con ogni mio allievo un pezzetto della loro vita, di ciò che sono, di ciò che pensano…è un regalo preziosissimo.

Durante la settimana vedo entrare nella mia stanzetta persone che si scrollano di dosso l’etichetta di “studente”, “venditore”, “mamma”, “insegnante”, “operaio”, “medico” per poter essere ciò che vogliono, esprimendo ciò che sentono attraverso il canto.

Parlo di canto perché lo vivo ogni giorno, ma qualsiasi passione, arte o attività che sentiamo profondamente nostra o che ci interessa può portare dei benefici importanti nella nostra vita.

Il mio augurio a tutti voi, e anche a me stessa, è quello di poter trovare il coraggio per fare ciò che più amiamo, per poter così esprimere chi siamo veramente e chi scegliamo e vogliamo essere.

IL BAMBINO CANTA ANCOR PRIMA DI PARLARE…

Il bambino canta ancor prima di parlare, balla ancor prima di camminare. La musica è nei nostri cuori sin dall’inizio” Pam Brown

Penso spesso a quanto sia concreta e reale questa frase di Pam Brown, forse perché ho la grandissima fortuna di poterlo vivere, sentire e vedere con i miei occhi ogni giorno. Da quando ho iniziato il mio percorso musicale come insegnante associato AIGAM e ho cominciato ad occuparmi dell’insegnamento della musica secondo la Music Learning Theory di E.Gordon, ho il grandissimo privilegio di osservare come i bimbi, anche e soprattutto i più piccini, rispondano in modo naturale alla musica che propongo durante le lezioni.

Come capiamo le risposte dei bambini?

Facciamo un piccolo esperimento: provate a sedervi con vostro figlio o nipote in un posto tranquillo, spegnete la tv o la musica, cercate di togliere dalla stanza giocattoli o distrazioni. Guardate il vostro bimbo e muovendovi sul posto, aprendo le braccia e dondolando un po’ cantate una breve melodia senza utilizzare le parole, ma utilizzando delle sillabe neutre (per esempio la sillaba “pam”).

Ripetete la melodia più volte lasciando qualche secondo di silenzio tra una ripetizione e l’altra, cercate di non utilizzare il linguaggio verbale…

Cos’è successo?

Beh, ovviamente dipende da ogni bambino, ma possiamo osservare diverse reazioni.

Il bimbo potrebbe osservarvi con gli occhioni spalancati e la bocca aperta, come se stesse assorbendo ogni suono che esce dalla vostra bocca. Ci potrebbero essere dei movimenti con i piedini e le mani durante la canzone o subito dopo, durante il silenzio. Ci potrebbero essere anche delle vocalizzazioni, come se volesse imitare ciò che avete fatto.

Queste sono alcune delle risposte che possiamo osservare anche durante le nostre lezioni di musica, attraverso queste piccole risposte vocali e motorie i bambini stanno entrando in relazione con noi attraverso la musica. Dopo un’iniziale fase di assorbimento, in cui i bimbi ascolteranno attenti tutto ciò che proponiamo, si passerà all’imitazione dei suoni e dei movimenti che li porterà a giocare con la musica assimilandola e interagendo come succede per il linguaggio verbale.

In fin dei conti la musica è un linguaggio, giusto?

Chiediamoci quindi, come abbiamo imparato la nostra lingua?

Siamo stati immersi nel linguaggio parlato ancora prima di nascere, la nostra famiglia ha interagito con noi attraverso il linguaggio fin da subito, anche se non capivamo il significato delle parole e delle frasi. Abbiamo ascoltato discorsi complessi fatti di suoni e piano piano abbiamo cominciato ad imitare questi suoni, inizialmente senza capirli. In una fase successiva siamo riusciti a dare un significato ai suoni emessi perfezionando il nostro linguaggio, la nostra fonetica, costruendo frasi e periodi. Solo alla fine abbiamo cominciato a studiare la grammatica, la lettura e la scrittura.

In poche parole siamo partiti dall’ascolto e dall’esperienza…per la musica vale la stessa cosa!

Uno degli obiettivi principali nei primi mesi di vita, è quello di creare per i vostri bimbi un grande vocabolario di ascolto fatto di melodie e ritmi vari, brevi, complessi e familiari, che entreranno a far parte del loro bagaglio musicale.

Solo successivamente ci si concentrerà sullo sviluppo del vocabolario parlato (quanto più il vocabolario d’ascolto sarà stato ampio, tanto più il vocabolario parlato sarà sviluppato), sullo sviluppo del vocabolario pensato (in musica è l’Audiation, cioè l’abilità di pensare la musica quando questa non è fisicamente presente, l’audiation in musica equivale al pensiero per il linguaggio) e infine sullo sviluppo del vocabolario di lettura e scrittura.

Se tutti i bimbi rispondono in modo naturale alla musica con vocalizzazioni e movimenti perché durante la crescita alcuni di loro sembrano essere “portati” per la musica mentre altri no?

Il professor Gordon ha svolto numerose ricerche e test sull’attitudine musicale (cioè la capacità potenziale di apprendere la musica) arrivando alla conclusione che l’attitudine musicale è presente in ciascuno di noi dalla nascita, non è quindi una predisposizione genetica!

Tutti noi nasciamo con un certo grado di attitudine musicale che si può sviluppare o meno in base all’ambiente in cui viviamo. Se un bambino è inserito in una famiglia o in un contesto sociale in cui gli adulti di riferimento cantano per lui in modo accurato, facendo quindi attenzione a intonazione e tempo, quel bambino potrà sviluppare la sua attitudine musicale. Al contrario, se il bambino non è immerso in un ambiente musicale ricco e stimolante, il suo potenziale comincerà a decrescere stabilizzandosi intorno ai nove anni.

È stato scoperto che il periodo più fertile per la crescita dell’attitudine musicale è quello che va dal quinto mese di gravidanza ai 18 mesi di vita, l’attitudine è in sviluppo fino ai 9 anni e successivamente si stabilizzerà. Diventa quindi molto importante dare la possibilità ai bambini di entrare in contatto con il linguaggio musicale già nei primissimi mesi di vita.

La musica è un linguaggio universale, è un mezzo di comunicazione potentissimo in grado di avvicinare popolazioni distanti, la musica ha accompagnato da sempre l’uomo e le civiltà, accompagna i nostri momenti sereni e difficili.

Un grandissimo regalo che i genitori possono fare ai propri figli è quello di dare loro la possibilità di “fare musica” partendo dall’esperienza e dall’ascolto, di entrare in contatto con questo linguaggio, di conoscerlo, di giocarci, di sperimentare e di comprenderlo.

Come?

Cantando per loro in modo accurato, ascoltando insieme musica di qualità, partecipando alle lezioni di musica per i più piccoli, immergendoli in questo meraviglioso e magico mondo sonoro!

Canta per lui/lei, ti sta già ascoltando!

Perché dovremmo pensare di far musica già a partire dalla gravidanza?

Sembra strano anche solo pensarlo, ma i benefici della musica sono sia per il bimbo che per la mamma!

L’orecchio del bambino si sviluppa intorno al quinto mese di gravidanza, ma cosa sente veramente?

Ovviamente percepisce tutti i rumori interni della mamma, gli organi, le viscere, sente la voce della mamma sia dal “di dentro” che dal “di fuori” e sente i rumori esterni al pancione, le voci, i suoni.

Se farete delle ricerche in internet troverete molti esempi di cosa il bimbo sente all’interno del pancione e, se l’argomento vi appassiona particolarmente, vi consiglio di leggere “La notte uterina” di Alfred Tomatis, dove viene mostrato nello specifico lo sviluppo dell’orecchio e le ricerche fatte su questo argomento.

Il fatto che il bambino percepisca i suoni, ci fa capire come, in realtà, stia già instaurando una relazione con la mamma e con il mondo che lo circonda. Questo è molto importante perché, di fatto, il bambino sta già apprendendo notizie su un mondo che ancora non conosce, attraverso il legame con la mamma. La voce della mamma e delle persone che la circondano, entra in relazione diretta con il bimbo. L’apprendimento del bambino inizia già dal pancione!

Perché fare musica?

Prima di tutto per favorire la relazione sonora tra mamma e bimbo attraverso vocalizzi, nenie, canzoni, ninne nanne. Il canto della mamma accompagnerà il bambino sia prima che dopo la nascita, creando per lui un ambiente sonoro confortevole e rassicurante. Molto spesso e molto istintivamente, le mamme che cantano o ascoltano continuamente dei brani durante la gravidanza, tendono a proporre la stessa musica al bimbo dopo la nascita, come se volessero creare un “ponte” tra il periodo prenatale e quello post natale. I bambini si sentono così al sicuro riconoscendo quei brani.

La musica, poi, è un linguaggio universale, e dovrebbe essere appresa con metodi analoghi a quelli del linguaggio parlato. Come? “Dialogando” musicalmente con i bambini e proponendo nenie e ninne nanne brevi, complesse, varie e familiari, in modo da assimilare fin da subito il linguaggio musicale. E. Gordon, della cui teoria parlerò anche nei prossimi articoli, ha fatto ricerca sull’attitudine musicale scoprendo che il periodo più fecondo per l’apprendimento musicale è quello che va dalla fase prenatale fino a 18 mesi di vita. Neurologi e ricercatori hanno individuato questo periodo come una fase ricca di sinapsi, di connessioni tra i neuroni. In questa fase è estremamente importante che il bambino venga stimolato in modo che vengano realizzate le connessioni. Fare musica con il proprio bimbo, sia durante la gravidanza che dopo, porta a stimolare queste connessioni offrendogli la possibilità di sviluppare il proprio vocabolario musicale.

Fare musica in gravidanza aiuta poi la mamma alla preparazione al parto attraverso vocalizzazioni e esercizi di rilassamento, di visualizzazione e di respirazione molti utili durante il travaglio.

Fare musica in gruppo è un’opportunità per le future mamme di far parte di un gruppo di sostegno non giudicante e accogliente. Uno spazio dove è possibile confrontarsi, rilassarsi, cantare, prendersi i propri spazi e condividere i propri desideri e paure e perché no…divertirsi e lasciarsi andare a tempo di musica!